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Approfondimenti storici
Tratto da "Storia di Certaldo dalle origini al 1799" da manoscritto di autore anonimo.
Le origini del nome
"Vi è chi opina che il nome di Certaldo sia una corruzione di Cerreto Alto, Cerret'alto, Certalto perchè fuvvi un tempo
(ed anche oggidì a tal nome) in cui la parte più alta del luogo, atteso la grande quantità di cerri che ivi vegetano
Cerreto si appellava.Altri fa invece derivare Certaldo da CASTRA CATALDUM probabilmente per la sua posizione strategica,
essendo atto a formare un accampamento (castrum).
Altri invece dice essere gli antichi abitatori chiamati CALONI da nome del castello "Calone", voce anche questa corrotta
del vocabolo "colono", essendoché anche il Boccaccio, rammenta essere gli abitanti di questo poggio
robusti e fieri nelle armi e niun altro a cui il lavoro della terra meglio sia noto, né che la fatica in ciò a
comparazione di noi possa durare......
Soggetto come tutte le altre castella alle vicende politiche della Toscana, si trova fatta menzione la prima
volta nel 10 Agosto 1164 in un diploma dell'Imperatore Federico I detto il Barbarossa, diploma che designa Certaldo
come appannaggio dei conti Alberti.
L'assedio di semifonte
Semifonte - Assedio e distruzione - Conseguenze per Certaldo - Certaldo passa sotto il dominio della repubblica Fiorentina
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"Umiliato nel suo signore, assoggettato quasi alla repubblica Fiorentina, Certaldo viene ad avere un più forte tracollo
nella sua potenza pella ribellione e distruzione di Semifonte (nota riportata a pie di pagina: 'per questo Capitolo
vedi Storia della guerra di Semifonte scritta da M. Pace da Certaldo.).
Giaceva questo castello in una posizione molto felice ed atta a sostenere assedj, vuoi per le sue mura e torri, ond'era
recinto, e adorno di fossaggi, barbacani, bastite ed altre fortezze, tra cui noveravasi quella porta detta
Porta al Bagnano, vuoi anche perché all'uopo poteva porre in campo un non indifferente numero di uomini atti
a portar armi e *** molto armigeri e prodi.Che siffatto Castello appartenesse al Conte Alberto di Certaldo lo si desume
dal suindicato diploma di Federigo I nonché da varj placiti e privilegi di quell'età, in cui il Conte Alberto si firma
in calce col titolo di Conte Alberto di Semifonte.
Dopoché il Conte Alberto fu fatto prigione (come dicemmo dalla Repubblica Fiorentina) nella presa di Pogni ed avendo
esso sottoscritto di rovinare le torri di Certaldo e di Semifonte, e di più essendo pervenuto alle orecchie dei
Semifontesi la mala novella, che da qualche tempo buccinavasi, di uno stretto accordo tra il conte Alberto e la Repubblica
della vendita di ciò che possedeva e di quante ragioni ch'usava la terra e popolo si Semifonte con tutto suo comune
e pertinenza, i Semifontesi, non volendo in alcun modo addivenire sudditi della medesima, fecero risoluzione di
prepararsi a difendersi a tutta oltranza, sia coll'acquistare ajuti ed amicizie sia col munire ogni loro fortezza.
Ma nel mentre tali preparamenti andavansi facendo, interpose i suoi buoni uffizj M. Oldobrandino de' Pannocchieschi
vescovo di Volterra, il quale prevedendo a quanti mali si andrebbe incontro con una guerra, addusse sì forti e potenti
ragioni, che potè per questa volta disporre alla quiete gli animi dei Semifontesi e persuaderli ad accettare la signoria
de' Fiorentini.Ma i Semifontesi mal soffrendo di albergare nelle loro mura un Rettore, cui la comune di Firenze
aveva mandato per governarli e di più subordinati dai Senesi e Sangimignanesi (che di mal'occhio avevano veduto Firenze
allargare di troppo suo confine) a non sopportare siffatto giogo un bel dì, prese le armi trassero furiosamente al
Palagio, ov'era il Podestà, lo cacciarono a al governo di prima si riordinarono.
Onde spalleggiati dai Senesi, in tanta alterigia divennero, da percorrere colla loro oste schierata su per
lo distretto fiorentino, anzi la loro baldanza giunse a tal punto da porre nel Castello dalla parte
che Guardava Firenze una iscrizione scolpita a caratteri d'oro col seguente motto:
Fiorenza fatti in la'
Che semifonte si fa città
A tal nuova i Fiorentini adunarono la migliore più poderosa oste che per lo passato avessero fatto, e diedero piena
balìa a M. Chiarito Pigli di fare tutto a suo senno purché la terra e popolo di Semifonte alla obbedienza del Comune
venisse.Né meno ristettero i Semifontesi afforzando con fortificazioni e trincee i luoghi più importanti e più di tutti
gli altri la Rocca del Capo Del Bagnolo affidandone la custodia ad uno di loro più reputati uomini chiamato
Dainello di Janicone dal Bagnano.
Non appena che l'esercito Fiorentino si fu incamminato per la via della Valdelsa, l'avanguardia giunse inopinatamente
sopra il castello, attaccò una lieve scaramuccia, la quale portò in conseguenza la presa della cosiddetta
Porta di Borgo di Castello, cagionando (al dire di M. Pace) più spavento che danneggio ai Semifontesi, e quivi
abbenchè per buona pezza si avesse gran contesa, pure messer lo Consolo, arrivato in appresso, non poté più d'alte
fortificazioni impadronirsi.
Onde, presa la risoluzione di porvi l'assedio, mise in atto tutte quelle disposizioni che l'arte richiedeva migliori,
non tralasciando di tener guardati tutti i passi, donde gente o vittuaglia in Semifonte avesse potuto valicare.
Ma andando l'assedio per le lunghe e i Fiorentini essendo in guerra con altri popoli, e dovendo mantenere all'assedio
stesso buon nerbo di armati, decisero di mandare Aldobrandino Cavalcanti, affinché, parlamentando coi
Semifontesi ad un accordo fosse venuto.Ma non appena che il parlamentario si presentò alle mura fu respinto a forza
di freccie.I collegati dei Semifontesi, vedendo la guerra andar per le lunghe e considerando il buon numero d'armati
che stringevano l'assedio, nonché le perdite, leggere sì, ma che quotidianamente i semifontesi subivano, desisterono
dal favoreggiarli e si avvicinarono alla Repubblica Fiorentina per cui quei di San Gimignano i primi,
e quindi altri comuni si sciolsero dalla lega ed abbandonarono i Semifontesi.Questi per parte loro non indietreggiarono:
che anzi mandato pochi dì appresso il medesimo Aldobrandino Cavalcanti per trattare della resa, fu svillaneggiato e
maltrattato più che la prima volta.M. Chiarito Pigli allora strinse vieppiù l'assedio e per più sicuramente vincere
ricorse al tradimento servendosi di un tale Ricevuto di Giovannetto da San Donato in Poggio, ma i Semifontesi,
qualcosa sospettato, preso il traditore e uccisolo, respinsero i Fiorentini, fecero alla lor presenza impiccare per un
piede il cadavere di Ricevuto, ad eterno disdoro dei traditori della patria.
Sdegnato altamente il comandante dell'Esercito Fiorentino, dopo aver per alcun altro tempo tenuto l'assedio,
dié un aspro e furioso assalto alla terra, e s'ebbela non senza però perdita grave d'armati.
Poveri Semifontesi! A voi non valse il sacrificio degli averi e della vita, non l'avere sventato a tempo li insidie dei traditori della patria, non valse l'aver nominato a capo nel momento estremo del pericolo un uomo probo ed onesto nella persona di M. Scoto no, l'invido fato decretava inesorabilmente la vostra fine e la distruzione completa del luogo ove tanto eroismo compievasi.
Pochi ruderi ed il nome rimasero colà, dove superbamente estollevano case e torri; ed oggi l'aratro
immemore solca il terreno e la sola cupola si S.Donnino sta ad indicarci il luogo ove fu la nobil terra di Semifonte!
E' a ciascuno agevole l'inferire quanto terribil fossero le conseguenze per Certaldo.
Veniva, é vero, indirettamente colpita ma il contraccolpo acerbamente sentiva.
Non più libero il suo legittimo feudatario, perché vincolato alla repubblica Fiorentina, diminuito il territorio,
disfatti i suoi due più potenti castelli, era naturale la emigrazione di parecchia gente,
percui scemato il numero dei guerrieri, non poteva, anco se lo avesse voluto, opporre seria resistenza e declinava
annualmente non solo in grandezza, ma anche in moralità.
Dante e D. Compagni scrivono su Certaldo
Anno 1300 - Opinione di Dante e di Dino Compagni su alcuni Certaldesi - Messer Pace da Certaldo
Beata Giulia Giovanni Boccaccio.
Siamo nel 1300.Tutta Italia si trovava divisa, sminuzzata, in gran parte soggetta a varj principi stranieri.
Quelle Repubbliche, quei Comuni viventi a libero regime, erano dilaniati da discordie intestine, le quali
aumentavano la confusione del viver civile preponderando ora questo ora quel partito.Alcuni cittadini, amanti di
pescare nel torbido, onde ritrarne lor pro, si movevano dal proprio paese per andare nel centro della lotta collo scopo
di aumentarne la zizzania e colle male arti raggiungere la meta prefissa.Ond'é che Dante, creando il divino Poema,
condanna o premia l'individuo a secondo delle prove o buone azioni.E dalla sua forza non va immune Certaldo
poiché se a prima vista fa buona impressione il vederlo nominato nel canto XVI del Paradiso credendo
lo debba encomiare si accuora l'animo quando si trova che è tutto all'opposto.Mi spiego: Cacciaguido trisavolo
di Dante gli si presenta descrivendo le condizioni dell'antica Firenze rammentando le più illustri famiglie dei tempi
suoi e come queste vissero onestamente, ma dappoiché Firenze estesasi in dominio, ne albergò altre venute dal contado
queste si immischiarono colle vecchie, alterandone i costumi, percui Cacciaguido deplora questo
cambiamento attribuendo le variate condizioni di Firenze a siffatta accozzaglia di famiglie estranee.E siccome
eranvisi trasferite anche alcune di Certaldo, così non ristà dal marcarlo di infamia.
Ma la cittadinanza, ch'è or mista
Di Campi e di Certaldo e di Figghine
Pura vedeasi nell'ultimo artista.
Oh quanto fora meglio esser vicine
Quelle genti, ch'io dico ed al Galluzzo
Ed a Trespiano aver vostro confine,
Che averle dentro e sostener lo puzzo
Del villan d'Aguglion, di quel da Signa
Che già per barattare ha l'occhi aguzzo!
Se la gente che al mondo più traligna
Non fosse stata a Cesare noverca,
Ma, come madre a suo figliol benigna,
Tal fatto è Fiorentino e cambia e merca
Che si sarebbe volto a Semifonti
Là dove andava l'avolo alla cerca.
Fin qui Dante.Nè meno indignato si mostra per siffatti mercenarj Dino Compagni, il quale nella sua Cronaca mette
a nudo i mali ond'era colpita e travagliata Firenze né si ristà dal descriverne la immoralità nominando i paesi
non solo ma (il che è ancora peggio) ci presenta l'individuo col suo nome e patria esponendolo alla gogna eterna,
all'imparziale giudizio della posterità.Non è lo spirito di parte che sprona lo scrittore a porre in rilievo le virtù o i
vizj di questo odi quel popolo; no, perché al dire di Atto Vanucci gli scrittori di questo tempo
“cercano il vero con animo puro, non inventano a bello studio e , se ingannano, non intendono mai d’ingannare i
lettori, insomma sono galantuomini che non temono né adulano nessuno, amano la patria di ardentissimo affetto,
ma non temono di rimproverarla aspramente quando la vedono abbandonare la virtù e la giustizia”.
Quindi nel descriverci la disfatta che i Bianchi Ghibellini ebbero dalla Frazione dei Neri, nella quale Messer
Donato Alberti fu fatto prigioniero così riporta il dialogo che questi sostenne col Podestà prima che fosse condannato
nel capo Fu menato Messer Donato vilmente per uno asino, con una gonnellata d’un villano, al podestà il quale,
quando il vide domandò: Siete voi Messer Donato Alberti ? Rispose io sono Donato.Così ci fosse innanzi
Andrea da Cerreto, Nicola Acciajuoli, Baldo d’Aguglione e Jacopo da Certaldo, che hanno distrutta Firenze.
Così il poeta, così lo storico, ambedue esprimono la stessa opinione, che se giustamente scagliano i loro fulmini su
Certaldo o sopra i suoi Concittadini, pure dimostrano a chiare note come non fossero uomini dappoco,
influenzando col loro armeggio sull’andamento civile di Firenze, è vero che male operavano ma considerati
i tempi, nei quali viveano nonché la preponderanza del partito avverso, chi sa (e forse m’ingannerò) se un così atroce
giudizio pesasse sopra il loro capo.Non per questo così dicendo si deve credere voglia io scagionarli dall’accusa,
no – ma si è tentato ai nostri giorni la rabilitazione di tanti altri!
Vita di Messer Pace da Certaldo
Nel tempo dell’assedio di Semifonti ed in ispecie quando si trovava agli estremi, abbiamo veduto come nella maggior
bisogna si ponesse a capo della cosa pubblica Messer Scoto, splendida e nobile figura, degna di stare a
fianco dei più strenui difensori della patria, ma non essendo valso il valore, cadde e trasportò, novello Enea, i proprj
Penati nella vicina Certaldo.Comechè estraneo, nondimeno godé i favori del feudatario Conte Alberto e quivi
fermossi col proprio figlio e dove s’ammogliò, da cui discesero diversi figli, i quali non solo guidarono
gli interessi paesani, ma furono anche chiamati dalla Repubblica Fiorentina a godere delle principali onoranze.
M. Jacopo (discendente di Scoto da Semifonte)occupa varie volte la carica di Priore della Repubblica e’ in stretta
amicizia con Dante Alighieri e coi più insigni letterati del suo tempo.Ma ciò che a noi importa
si è il far conoscere più addentro M.Pace da Certaldo.Desso nacque, come appare, nell’anno 1273 e sin da giovine
si dedicò interamente alle lettere, dove suo monumento rimane la storia di Semifonti.Oltre l’essere stato ben
quattro volte Magistrato de’ Priori della Repubblica, fu congiunto in amicizia speciale col famoso cronista
Giovanni Villani, col quale fu in carica nel 1316.Non sappiamo ben precisare l’anno della
sua morte, non rimanendoci alcun documento; pur tuttavia esso era vivo l’anno 1332, epoca di sua età
59 come apparisce dallo stesso M. Pace quando dice che menò a moglie la figliola di M. Ruggero da Quona l’anno 1294
, nel qual tempo aveva 21 anni e poi afferma che scriveva la storia di Semifonti l’anno del suo quarto
priorato, nel quale aveva 59 anni come si è detto; lo che cade appunto nell’anno 1332.Fu sotterrato
nel Chiostro dei PP Agostiniani di S. Spirito, dove si legge la seguente iscrizione:
M.Pace da Certaldo Giudicie***
I suoi figli Piero e Paolo abbracciarono il partito Ghibellino, ma essendo rimasto il governo della Repubblica
in mano ai Guelfi furono i figli di M. Pace (come allora si diceva) tamburati per Ghibellini e cacciati da Firenze,
per cui Piero con la famiglia andò ad abitare a Pisa, e Paolo andò a dimorare a Certaldo, ove risiederono per
moltissimo tempo e da dove trapiantarono nuovamente lor sede a Firenze.La istoria della Guerra di Semifonti
vogliono alcuni e tra gli altri il canonico Moreni che essa sia apocrifa.Non condividiamo per nulla tale opinione
appoggiandoci non solo all’autorità di valenti scrittori, ma eziandio del modo col quale è dettata
in quel secolo e in quello stile che a buoni tempi fioria, cioè con somma leggiadria, naturalezza, proprietà ed eleganza;
e chiunque si porrà a considerarla pe questo capo semplicemente v’incontrerà molte maniere e voci bellissime,
espressioni e del tutto consimili a quelle usate dal Boccaccio nel Decamerone, da Dante nella sua Divina Commedia,
da Giovani Villani suo contemporaneo ed amico, da frate Jacopo Papavanti e da molti altri eccellenti scrittori
del vaghissimo linguaggio nostro ….Noi siamo anche persuasi che di questa se di questa storia avessero avuto notizia
gli antichi Compilatori del Vocabolario della Crusca e se fosse capitato loro alle mani l’antico Codice di essa,
ne avrebbero senza fallo fatto uso per quello insigne lavoro, spogliando ed allegando le voci, le maniere e gli esempi
di essa.Dalle quali considerazioni è lecito affermare quanto pregio letterario e valore storico abbia tal’opera di M.Pace
– ho detto valore storico, perché serve a ricolmare un vuoto che nella storia di quei tempi mancava, e più specialmente
della Toscana, dove è raro caso che intatti sino a noi siano pervenuti i racconti di quei secoli.Dobbiamo quindi noi
Certaldesi esser riconoscenti a M.Pace il quale colla penna e col senno cercò e ottenne di tenere alto il decoro del
luogo che i suoi avi avean prescelto e volle, come abbiam veduto, fare scolpire nella lapide sepolcrale, e probabilmente
da vivo si facea così chiamare, la iscrizione M. Pace da Certaldo.Fertile di personaggi illustri sia per
santità di costumi, sia per nobiltà d’ingegno si presenta questo Secolo per Certaldo.Noi parleremo prima della
Beata Giulia onde intrattenerci poi su Giovanni Boccaccio.
Vita di Beata Giulia
La nobile famiglia Della Rena, come si è veduto, distrutta Semifonti, si portò a Certaldo, da dove trapiantossi a
Firenze, ma non sembra che tutto il ramo della medesima si dipartisse, poiché, come racconta il Malenotti
(preposto), circa l’anno di nostra salute 1319 venne alla luce in Certaldo Giulia della Rena.-Non si sa quali fossero i nomi
dei Genitori, poiché niun cenno abbiamo, ma certo è, furono esemplarmente virtuosi se ad evangelici principi e
costumi la lor figlia allevarono.E forse predestinata dal Cielo a dare esempio delle sue virtù, collo sprezzo
delle cose terrene al secolo corrotto, come tutto esser quaggiù vanitas-vanitatum et omnia vanitas, bevve fin dalla
prima giovinezza a quel fonte di purità, che tanto la fece venerare presso i suoi conterranei.
Nata da poveri genitori non anelò il fasto e le grandezze, ma seppe con umile rassegnazione sopportare le avversità
che tanto facilmente s’incentrano nel lubrico sentiero della vita.Era nella primavera della giovinezza quando più lieto
poteva sorriderle dinanzi l’incanto affascinante della stessa, quand’ecco rimane sola, raminga, orfana ed è costretta a
sostener la vita andando in qualità di serva nella casa dei cittadini Tinolfi suoi parenti in Firenze.
Ma abbenchè tale mestiere non fosse per lei mortificazione, chè troppo il puro e nobile animo rifuggiva da ogni vanità,
pure mal sopportando il vivere in mezzo ad una città nella quale tenevano scettro il lusso, la scostumatezza ed
il furore cittadino, deliberò spontaneamente di ritirarsi da quell’ambiente che ridendo tradisce e carezzando incatena.
Aleggiando su di lei lo spirito della cristiana purità, candido giglio della convalle, abbandona il servizio della
famiglia Tinolfi e veste in Firenze l’anno 1337 l’abito scuro di terziaria dell’ordine di S. Agostino.
Non aveva che solo diciotto anni e tutte le avvenenze della gioventù, liete le sorridevano onde adescarla a goder
quelle tenere voluttà che il secolo con artificio abbella e che spesse fiate seduce.Ma invano perché Giulia con sacrificio
piuttosto unico che raro abbandona la tumultuosa città e fa ritorno al natìo loco per ritrovare nella penitenza quella
pace soave che invano le avea potuto dare il mondo.Silenziosa riede a Certaldo e quivi in ascetiche contemplazioni
cerca di occultarsi più che è possibile al popolo, ma ecco che un fatto viene a torla dal suo ritiro.Avvampa
d’incendio una casa, posta (così la tradizione) allato a quella che oggi occupano i Viti – in essa è rimasto
dormente un bambino, il quale tra poco sarà preda delle fiamme e nessuno osa avventurarsi, è imminente il pericolo, urge
il salvarlo.Giulia inspirata si muove dal suo ritiro e senza paura coraggiosamente si slancia in mezzo al fuoco,
sale e rapisce alle fiamme invadenti, la vittima, che tra pochi istanti era sua.Quanto brilla il coraggio di
questa virago di soli 18 anni che mostra al sesso forte il come si dea porre in pratica l’amore del prossimo!
Quest’atto di abnegazione circonda la nostra eroina di un’aureola di superiorità sopra i suoi simili e
la meraviglia e lo stupore riempiono l’animo dei presenti a siffatto portento.
Ma ella rifugge dagli onori caduchi e dagli applausi del volgo; che anzi a lei questo serve di stimolo a separarsi per
quanto più può dall’umano consorzio e si accinge a un volontario sacrificio, si ritira in un’angustissima cella presso
la sagrestia della Chiesa Priorìa di Certaldo e quivi si fa murare e prende la eroica risoluzione di passarvi
il restante della vita, nulla curando le maligne voci del secolo che a tale determinazione sarebbero state
lanciate.Ed eccola nella pienezza della vita contemplativa, tutta assorta in quel supremo ideale
che Le fa sprezzare tutto quanto il mondo lusinghiero appresta; Ella cerca quivi invece l’oblìo degli uomini,
rifugge agli agi del convento, cui appartiene, le dolci salmodie che soavemente scendono al cuore, e sola prega,
e riconcentra le sue meditazioni, cercando la voluttà nell’austerità e nei disagi della vita.L’emblema, dove il
Nazareno morì, sarà quindinnanzi il punto, dove si fermeranno i suoi pensieri e da dove trarrà la forza e la virtù
onde combattere le contrarie passioni, sarà il suo idolo, che l’accompagnerà agli eterni riposi.
Vestita di un ruvido sajo, sopportava con giubilo le avversità delle stagioni, anzi martoriava con cilicj e macerazioni
il suo corpo e dormiva sulla nuda terra.Il frugale suo cibo consisteva nei piccoli tozzi di pane, che i bambini,
mossi dallo spirito di curiosità per vederla, le arrecavano, e ai quali Giulia in contraccambio donava fiori
freschissimi in ogni stagione (così sempre la tradizione) ed in specie i gigli, simbolo della sua purità, creavasi in
talmodo un’atmosfera miracolosa che in vita e in morte doveva estrinsecarsi.Visse anni trenta rinchiusa i quell’umile cella,
e certo previde la sua fine ed alli 9 di Gennaio 1367 in età di anni 48 esalò l’ultimo spirito.
Segregata dal mondo, niuno poteva sapere la sua morte, ma vuolsi che le campane tutte di Certaldo suonassero un suono
di festa onde far sapere alle genti come l’altissimo avea ammessa al talamo celeste novella sposa.
Splendidi funerali le furono fatti, eletta Patrona di Certaldo ed appellata dal popolo col nome di Beata, fintantochè
Pio VII nel 18 Maggio 1819 non procedè alla sua canonizzazione.Il suo corpo, non appena morta, fu trasportato con
quella magnificenza, che ciascuno può immaginare, nella chiesa dei SS Michele e Jacopo dove fu tenuta esposta e
dove operò miracoli, raddrizzando storpi, guarendo infermi ecc.
E nella stessa Chiesa ne fu tumulato il cadavere e a lei venne tosto dedicato un altare, a cui si pose un quadro,
nel quale venne dipinta Beata Giulia in piedi coll’abito monacale, con due Angeli sonanti musicali instrumenti, con
un’iscrizione sotto il medesimo quadro che diceva.Beata Julia quae vulgo Giulia dicebatur MCCCLXXII-XI APRILIS;
vedevansi dipinti pure altri accessorj riguardanti i miracoli fatti – a piè del gradino della tavola suddetta eravi
effigiata un’arma con bove rampante in campo rosso; arma creduta dalla famiglia Tinolfi, il cui
altar sembra che a tale famiglia appartenesse poiché un tale Antonio di Pino di Giovanni Tinolfi
nell’obbligo a pagare nel 1549 una somma ai Padri di S. Spirito di Firenze, volle che questa fosse
erogata per le festa di Beata Giulia da farsi nella nostra cappella di Certaldo.
Nel seguito di questa storia menzioneremo le deliberazioni che il Magistrato soleva prendere
quando annualmente accadeva la festa.Le ossa fino al 1850 restarono sotto l’Altare, quando nelò medesimo
anno Padre Rinuccio della Rena, uno più bello edificò, ponendovi sopra le venerate ceneri.Ma nel 1633
furono definitivamente poste in un’urna in rendimento di grazie per aver liberato dalla peste Certaldo,
peste che tanto imperversò nella Toscana.La testa era stata messa in un’altra urna d’argento,
la quale essendo stata derubata, dai soldati Napoletani e Senesi, quando saccheggiarono ed arsero
Certaldo fu poi riconsegnata dal Re di Napoli a Giovanni Lanfredini ambasciatore della Repubblica Fiorentina,
il quale la rimise all’antica sede.
Finalmente nell’anno 1684 con grande pompa furono riunite le ossa all’antica struttura ed in una nuova urna riposte dove
tuttora si trovano nell’altare a Lei dedicato.
Si racconta come nella sala maggiore del Palazzo Pretorio fosse scritto a grandi lettere alla Beata Giulia da
Certaldo.Noi non enumereremo le visite fatte dai Pastori della Chiesa, chè tale non è il nostro
compito, solo diremo come il fervore dei Fedeli a Lei attribuisce se al suono delle Campane in occasione di
procella, questa si dilegui, o se si invoca la pioggia poco stia a riversarsi.Beata Giulia rimane
tuttora e rimarrà pei Cattolici Certaldesi il faro, dal quale irradierà la luce, che guiderà a buon porto chi si
trova nel mare tempestoso della vita.
Vita di Giovanni Boccaccio
Cara Fiamma per cui il core
ho caldo,
Que’ che vi manda
questa visione
Giovanni è di
Boccaccio da Certaldo
(da -Amorosa visione p. 1-)
”1313” – Incancellabile data, anno memorando per chi ama le patrie glorie e tanto piu’ per i Certaldesi.
Quante città, quanti paesi rimangono oscuri, ignorati per non aver dato alla luce un genio, il quale col senno o
colla mano trasse dall’oblio il loro natale! Riempia l’animo di giusto orgoglio al Certaldese il dire al forestiero
sono della patria del Boccaccio.
Noi tesseremo brevemente la vita di questo illustre, avendo in tal materia in tutti i tempi grandi scrittori
sì nostrani che forestieri scritto sulla medesima e non terremo dietro alle opinioni che si sono
variamente espresse sul suo vero luogo di nascita.Regnando il mistero seguiremo le tracce dell’opera di due professori
tedeschi tuttora viventi, il Korting ed il Landau.V’ha chi sostiene che Boccaccio sia nato in
Firenze chi in Certaldo chi a Parigi.Siccome non possiamo assolutamente affermare in quale di questi
tre luoghi ebbe la luce, accampandosi delle ragioni, che a taluno possono sembrare fondate o no, così ne lasciamo libera
la scelta interessandoci solo che Boccaccio considerò Certaldo come suo luogo natìo, che quivi probabilmente visse gli
anni della sua adolescenza, qui uomo soggiornò diverse volte per lungo tempo e vi scrisse alcune sue opere e
qui finalmente la morte gli chiuse le stanche pupille.
A Chellino Bonajuto nacque il figliolo Boccaccio padre del nostro Giovanni.Industre mercante godeva un certo
credito nella città Firenze, nella quale rivestì nel 1321 la carica di Priore e nel 1328 fu dalla medesima città
incaricato di mandare dalla Puglia grano in Pescara e quindi il vecchio Boccaccio era sovente in viaggio non
solo in Italia ma anche all'estero.
Vuolsi che in uno di tai viaggi soffermandosi a Parigi contraesse amicizia con una giovane vedova che
lo faceva nell'anno 1313 padre di Giovanni, percui da taluni disse molto spiritosamente che G.Boccaccio nacque
tra un bacio voluttuoso e un'allegra risata, da una giovane donzella, cui un trasporto giovanile tolse la gloria di
dirsi madre di tanto figlio.Regnando il mistero, come si è detto, sul suo vero luogo di nascita, rimangono
avvolti nell'oscurità anche i primi anni della sua fanciullezza.Tornato in Toscana studiò sotto il grammatico
Giovanni da Strada, ma, non appena appresa un pò di lingua latina, fu tolto alla scuola dal padre e
messo presso un mercante onde esercitare nella mercatura.Ma la natura sua erompendo, non voleva
sapere di numeri e di conti poiché si applicava ardentemente alla lettura dei poeti sì latini che
italiani, e specialmente di Dante tanto allora in voga, morto a Ravenna quando il nostro Boccaccio aveva otto anni.
Accortosi il padre, dopo sei anni, come la mercatura punto confacesse all'indole del figlio, pensò bene di indirizzarlo
nello studio delle Leggi, professione che ai poveri giovani aveva sempre profittato onori e
ricchezza.E Napoli fu scelta perché ivi potesse studiare le Decretali, ed altri sei anni vi consumò, ma
invece di approfondirsi nel Diritto fece più volentieri la corte alle belle donne scrivendo romanzi e
poesie liriche.Giunto ormai all'età di 23 anni, dié il libero sfogo alla sua vera vocazione.Napoli in questo tempo era
il geniale ritrovo dei letterati, vuoi per la manìa di Re Roberto per comparire il
Mecenate dei dotti, ma anche per le attrattive della reggia, dove il piacere e l'allegria tenevan
lo scettro.L'amicizia fatta con Niccolò Acciajoli, altro fiorentino, salito potente alla Corte,
la versatilità del suo ingegno, che era incominciato a manifestarsi, come l'esser Rappresentante della
Gran Compagnia dè Bardi apersero le porte del Real palazzo al giovane Boccaccio.Fu quivi che
il suo cuore si accese di vivo amore per la figlia naturale di Re Roberto, per Maria d'Aquino, dalla quale
corrisposto scrisse in suo onore, il Filocopo, l'Amleto, l'Amorosa Visione,
la Tesejde, il Filostrato, cuoprendo col nome di Fiammetta quello della sua bella.
Come si vede questa relazione amorosa non lo distrasse dai suoi studj, che anzi fu sprone ad approfondirsi
vieppiù nelle lettere, alle quali la sua natura lo chiamava.E negli anni appresso componeva il Ninfale Fiesolano
, piccolo e grazioso Idillio, nel quale si fa presentire il futuro autore del Decamerone
.Al Ninfale tien dietro, la Fiammetta in cui vi spira troppa subbiettività e troppa autobiografia.
Richiamato nel 1341 a Firenze dal padre dovè abbandonare le lusinghe e i piaceri di Napoli per
andare alla casa paterna.Il vecchio Boccaccio, dopo che gli fu morta la sua vecchia legittima consorte
Margherita de' Martoli, per non rimanere solo passò a seconde nozze nell'età circa di 60 anni con
Bice de Bostichi, dalla quale ebbe Jacopo, di cui alla morte del padre fu chiamato tutore
M. Giovanni.Nel Novembre del 1350 fece personalmente conoscenza con Francesco Petrarca, essendo in
epistolare corrispondenza con lo stesso fino dal 1333, come rilevasi dalla lettera scritta al Brossano.
Dal 1350 al 1353 sostenne per conto della Repubblica Fiorentina molte importanti ambascerie a Ravenna, a Bologna ed
in altri luoghi, nonché quella gradita al Petrarca, per farlo ritornare a Firenze, riuscita però indarno.
Una mortifera pestilenza, come il Boccaccio la chiama incominciò a imperversare sull'Italia nel 1346 o 1347,
ribelle alle cure dei medici.Mieteva dovunque migliaia di persone e più segnatamente nell'anno 1348 nel
quale, sbigottiti gli animi per sì crudele epidemia, non era possibile in alcun modo lenire il male e
arrecare conforto ai miseri.Fu in questo torno che il Boccaccio imprese a comporre il Decamerone a
cui premesse la descrizione della peste, che è un capolavoro e che il Petrarca ritiene essere la migliore parte
dell'opera - la qual descrizione, scrive il Landau chiude con poche stupende parole, l'armoniosa forza, delle
quali non può esser renduta da nessuna traduzione.Il Corbaccio, la Vita di Dante, le Egloghe, la
Genealogia degli Dei, De Fluminibus, De casibus virorum illustrium, De mulieribus claris,
Le lettere a diversi, la Teseide, le Deche di Tito Livio Urbano, La storia del calonaco da Siena,
la Passione di Cristo, il Dialogo d'amore, la Papessa Giovanna, nonchè
altre attribuitegli come la Leandreide, alcune ottave, sonetti, e Canzoni,
rappresentano i satelliti che costituiscono l'orbita dell'astro maggiore che è il Decamerone:Oltre a questo Bocaccio era,
come ne avverte il Manni, in possesso della Cronografia, della
Cosmografia, della Teologia, della Filosofia e dell'Astronomia come pure anche dell'
Aritmetica.Né farà meraviglia se tuttora dalle vecchierelle di Certaldo si considera il Boccaccio come fosse
stato un mago ed in relazione con gli spiriti infernali; percui il Demonio per suo comando gli fabbricasse un
poggio con una semplice sportata di terra (attualmente Poggio del Boccaccio) sul quale potesse andarvi a suo
bellagio, mediante un ponte di cristallo, al qual proposito l'arguto Filippo Pananti, visitandone la casa vi
scrisse i seguenti versi:
Fu nel popolo ed è certa opinione
Che il buon messer Giovanni da Certaldo
Fosse un celebre mago, uno stregone
Che ora si trova in un paese caldo.
Si mago fé quello scrittor gentile
La magia del racconto e dello stile.
Delle ninfe così fra il vago coro
E delle grazie fra l'aereo ballo
Poteva il prosator puro e famoso
Attraversare il ponte di cristallo.
Ma nel suo dir tale è il suoave incanto
Che s'ha da creder ch'ei sia morto santo
Pieno d'anni e di gloria, nauseato ancora della vita pubblica cerco' di mettere in pratica rumores fuge di
Catone e volle ritirarsi definitivamente nella cara Certaldo, dove a quando veniva a ristorarsi nella
dolce quiete dello studio della sua umile casetta.Anzi di questo ritiro ne fa parola nella sua epistola diretta a
M. Pino dé Rossi, dove parla di Certaldo con grande affetto e quanto a lui fosse caro il condurvi la vita
solitaria.Ecco le sue parole "Io, secondo il mio proponimento, del quale vi ragionai, sono tornato a Certaldo
e qui ò cominciato con troppa meno difficoltà che io non estimava di potere, a confortare la mia vita, e cominciarommi
già i grossi panni a piacere e le contadine vivande, e il non veder le ambizioni e le spiacevolezze e i fastidj dè
nostri concittadini mi è di tanta consolazione nell'animo, che se io potessi fare senza udirne alcuna cosa,
credo che il mio riposo crescerebbe assai.In iscambio dè solleciti avvolgimenti e continui de cittadini,
veggio campi, colli e alberi di verdi fronde e di fiori varj rivestiti, cose semplicemente dalla natura prodotte,
dove nè cittadini sono tutti atti fittizji: odo cantare gli usignoli e glia altri uccelli non con minor diletto,
che fosse già la noja di udire tutto il dì gl' inganni e le dislealtà dè cittadini nostri; e con i miei libricciuoli
quante volte voglia me ne viene, senza alcun impaccio posso liberamente ragionare.E acciocchè io in poche parole
conchiuda la qualità della mente mia, vi dico, che io mi crederei qui, mortale come io sono, gustare e sentire della
eterna Felicità, se Dio m'avesse dato fratello o non me lo avesse dato.
A quel ritiro concorse, scrive il D'Antona, nelle note al Landau, la pessima accoglienza ed il malo
trattamento dell'Acciajoli, il quasi tradimento del Nelli, le profezie del Cioni e il vaticinio
della morte vicina e, secondo ci fa sapere il Landau, quando fece ritorno nella sua Certaldo dove la piccola
eredità paterna gli offriva uno scarso ma indipendente mezzo di sussistenza per il breve spazio di tempo
che ancora gli rimaneva da vivere.Vi fu inoltre attirato dal ricordo dei libri e degli amici, che ivi avea
lasciati.
Nel 1373 il 23 Ottobre fu chiamato dalla Repubblica Fiorentina a spiegare al pubblico la Divina Commedia
collo stipendio, dissero i signori, che non passi i cento fiorini.Ma l'infermità ed altre cause furono le
principali ragioni che indussero il Boccaccio ad interrompere il commento al 17° canto dell'Inferno, onde
ritornato a Certaldo vi moriva il 21 Dicembre 1375.fu sepolto nella Chiesa dei S.S. Michele, Jacopo e Filippo in
Certaldo Alto.Ne ricopriva la tomba una lastra marmorea, i cui frammenti si conservano tuttora nella casa del Boccaccio.
Fu remossa e al presente al di sopra del sepolcro alla parete laterale occupata ora dall'altare della
Madonna del Buon Consiglio fu posto il tetrametro, composto dallo stesso Boccaccio, sotto il di lui busto
scolpito da G. Francesco Rustico detto il Rustichino, cui seguono altre iscrizioni.In Certaldo, scrive il
Corazzini, nella chiesa di S. Jacopo, come si rileva da un codice della
Biblioteca Barberina e dalle annotazioni e discorsi sopra alcuni luoghi del Decamerone e da quanto sappiamo da
Lattanzio Tedaldi era almeno fino al 1503 un ritratto di M. Giovanni dipinto nel 1365 o nel suo 52° anno di età.
Le traduzioni delle sue opere, che si son fatte in quasi tutte le lingue conosciute, lo studio profondo, che in tutti
i secoli, ma specialmente nel nostro vien dagli Italiani, ma specialmente dagli stranieri sulle medesime, è il più
bello elogio, che i posteri possan rendere alla memoria di sì sommo e svariato genio.Pure non possiamo
ristarci dal chiudere questo breve schizzo biografico senza riportare un brano del Pr. Enrico Panzacchi
inserito nel Fanfulla della Domenica nel numero 11 anno primo, in cui parla del Boccaccio:
Nei tempi nuovi entra con ardimento giovanile e con tutto l'ardore di una natura esuberante, fantastica e sensuale,
Giovanni Boccaccio, primo umanista vero del rinascimento italiano.in lui del misticismo simbolico
non resta che qualche vana ombra di riminescenza prossima a dileguare.Per contrario vedi pullular e spandersi dalle sue
Fantasie, spesso esaltate a freddo, con rigoglio indisciplinato tutta una vegetazione mitologica, che nella
Fiammetta, nell'Amleto, nel Ninfale Fiesolano minaccia talvolta di cuoprire de' suoi fiori e delle sue foglie
il vero sentimento personale dell'autore.Ma non è che un rivestimento erudito, sotto il quale l'animo e
i sensi di M.Giovanni vigorosamente si espandono, rimutando la materia e la forma della letteratura amatoria.
Ed ecco balzar fuora Fiammetta, o meglio Maria figlia di Re Roberto, non più idea o dea, ma donna, solamente donna,
amante ed amata, che scalda la sua vera passione d'ardenti ricordi e rimpianti, di gelosie e di sogni che rieccitano
il fuoco dei desiderj: la sua vera passione nata sotto il sole di Napoli, cresciuta e carezzata dalla galanteria del
giovane innamorato, tra le feste pagane di quel popolo, fra gli usi rilassati di quella corte.
Dalle pure visioni della vita nuova alle oscenità dell'Amleto che salto enorme e come rapidamente fatto!Eppur
Giovanni Boccaccio, a studiarlo bene, ha dentro di sè tutto il vecchio uomo medioevale, appena carezzato dai primi
tepori del rinascente classicismo.
Testamento di giovanni Boccaccio
Nel nome di Dio amen.L'anno del Signore milletrecentosettantaquattro, indizione duodecima, secondo il corso e l'uso
di Firenze, al tempo di Messer gregorio papa XI°, il giorno vigesimo ottavo del mese di Agosto.
Fatto in Firenze nella Chiesa e nel popolo di Santa Felicità, presenti Pazzino d'Alessandro dè Bardi del popolo
di S.Maria Soprarno da Firenze, Angelo Niccoli del detto popolo di Santa Felicita, Andrea di Biancardo, Orlandino di Jacopo
, Bunano d'Ugolino, Francesco di Tomaso, tutti del detto popolo di S. Felicita e Brunellaccio di Bianchino da
Certaldo del contado di Firenze, testimonj alle infrascritte cose chiamati e richiesti, e dall'infrascritto
testatore pregati e richiesti insieme cogli altri scritti di sopra. Poiché nulla sia più certo della morte e nulla
più incerto dell'ora della morte e a detto della verità sia mestieri vigilare, perché il giorno non sappiamo né
l'ora, in cui l'uomo abbia da morire, però il venerabile ed egregio uomo Messer Giovanni del fu Boccaccio da
Certaldo di Valdelsa, contado di Firenze, sano di mente, di corpo e d'intelletto, per il presente testamento a
voce, senza scritti intese di disporre dei suoi beni in questo modo. Ed in primo raccomanda l'anima sua a Dio Onnipotente,
ed alla Beata Maria sempre vergine gloriosa, e la sepoltura del suo corpo elesse, se gli accadesse di morire nella
città di Firenze, nella chiesa dei Frati di S. Spirito dell'Ordine degli Eremitanti di S.Agostino di Firenze
in quel luogo che sembrerà a Maestro Martino del detto Ordine, venerabile Maestro in Sacra Teologia, se poi gli
avvenisse di morire nel castello di Certaldo, ordinò che il suo corpo si seppellisca nella Chiesa di Santo Jacopo
in Certaldo, in quella parte che parrà agli attinenti e prossimi suoi.
Item lasciò alla chiesa di S.Reparata di Firenze dieci soldi di Fiorini piccoli. Item lasciò al lavorìo delle
mura della città di Firenze dieci soldi di Fiorini piccoli. Item lasciò alla compagnia di Santa Maria a Certaldo
cinque lire di Fiorini piccoli.Item lasciò al lavorìo ossia all'opera della chiesa di San Jacopo a Certaldo per
rimedio dell'anima sua e de' suoi parenti dieci lire di Fiorini piccoli.Item lasciò a Bruna, figlia di Ciango
da Montemagno, la quale da lungo tempo dimorò con esso, un letto, in cui ella soleva dormire del Castello di Certaldo,
con lettiera, coltre piumaccio, una coltre piccola bianca per uso del medesimo con un paio di lenzuola e la panca
che suole stare appresso del letto medesimo .
Item un desco piccolo di noce per mangiare, e due tavolette usate lunghe tre braccia l'una.Item due tovaglioli.
Item un botticello da tre some di vino.Item una robba di panno porporino foderata di Zendalo porporino,una gonnella,
guarnacca e cappuccio ed ancora alla detta Bruna tuttociò che per cagion del suo salario resta ad avere dal detto
testatore.Item volle, dispose, ordinò e lasciò a tutti i singoli uomini e persone che si trovano descritte in un certo
suo libro segnato a che debbono ricevere od avere qualche cosa dal detto testamento.A tutti gli altri che
legittimamente mostrassero dover avere, con tutto che non si ritrovassero descritti in detto libro che loro ed a
ciascun d'essi si soddisfi per gli infrascritti suoi esecutori con le masserizie, cose e beni del detto testatore,
eccettuati e libri del detto testatore e massimamente con una casa posta in Certaldo, a cui da un lato la via chiamata
Borgo, da un altro Fornaino d'Andrea di Messer Bengo dè Rossi, dall'altro la Via Nuova e dall'altro la casa stessa del
detto testatore da vendersi per gli infrascritti suoi esecutori o per la maggior parte di loro e se questo
non bastasse possano vendere gli altri suoi beni.Item lasciò al Venerabile frate Martino da Signa, Maestro
in sacra Teologia, del Convento di S. Spirito dell'Ordine degli Eremitani di Sant'Agostino tutti isuoi libri,
tolto il Breviario di detto testatore, con questa condizione che il detto Maestro Martino possa
servirsi di detti libri e di essi lasciar copia a chi la voglia, finché vivrà, con questo che egli
sia tenuto a pregar Dio per l'anima del detto testatore e al tempo della sua morte debba consegnare detti
libri al Convento dei frati di S.Spirito, senza alcuna diminuzione e debbansi mettere in un'armadio di detto
luogo e qui debban rimanere in perpetuo, acciocché chiunque del detto Convento possa leggere e studiare sopra detti
libri ed ivi fare scrivere il modo e la forma del presente testamento facendo l'inventario di detti libri.Item
lasciò e volle fosse dato ed assegnato pegli infradescritti suoi esecutori o per la maggior parte di loro che
sopravviveranno, al monastero dei Frati di S.Maria del S.to Sepolcro dal Poggetto o dalle Campora fuori le mura
della città di Firenze tutte e singole le sante reliquie che detto Messer Giovanni da lungo tempo e con grande
fatica si studiò d'avere da diverse parti del mondo.Item lascò agli operaj della Chiesa di S.Jacopo a Certaldo
riceventi per la detta Chiesa una tavola d'alabastro della Vergine Maria, una pianeta con stola e manipolo di
Zendalo vermiglio, un palio piccolo per altare di drappo vermiglio con un guancialetto per altare con tre guaine
da corporali.Item un vaso di stagno da tenere in acqua benedetta.Item un paliotto piccolo foderato con fodera di
zendalo giallo.Item lasciò a donna Sandra moglie di Francesco di Lapo di Bonamico una tavoletta nella quale è dipinto
il simulacro della Vergine Maria con suo figlio in braccio e dall'altro lato un teschio di morto.In tutti
gli altri suoi beni poi, mobili ed immobili, presenti e futuri, fece suoi eredi universali a parti uguali
Boccaccio e Antonio suoi nipoti e figli del predetto Jacopo Boccaccio da Certaldo e tutti gli altri figli e
figlie così nati come da nascere da detto Jacopo da legittima moglie di detto Jacopo insieme con i detti
Boccaccio ed Antonio fece suoi eredi universali a parti uguali a patto che i frutti e le rendite tutte dei beni
del detto testatore debbansi ridurre nella casa del detto Jacopo come il medesimo vorrà a ciò che possa mantenersi
e la donna sua e figli che allora avrà, ed anco con questo patto che i suoi eredi soprascritti non possano ardiscano
o presumano vendere o alienare direttamente o indirettamente tacitamente od espressamente dei beni di detto testatore,
se non abbiano superato l'età di anni 30 e allora colk consenso di detto Jacopo loro padre, se al quel tempo vivesse,
salvoché nel caso volessero maritare una o più sorelle loro ed allora si faccia d'accordo con gli infrascritti tutori.
E somigliatamente comandò agli infrascritti suoi eredi che in alcun tempo fintanto che si troveranno esistere
discendenti per linea mascolina di Boccaccio di Chellino padre del detto testatore e del detto Jacopo, ancorché
non fossero legittimi, non possano, ardiscono o presumano vendere o alienare la casa del detto testatore posta
nel popolo di S. Jacopo a Certaldo, confinata da un lato dalla via pubblica chiamata Borgo, dall'altro dal detto
testatore e dal terzo dalla Via Nuova e dal quarto dal Guido Giovanni di Machiavelli.Item un pezzo di terra
lavorativa ed in parte a vigna posta nel Comune di Certaldo del detto popolo di S.Jacopo in luogo detto "valle Lizia"
che confina da una parte col fossato, da un'altra con il detto testatore e Rustichelli Nicolao, dalla terza col
ridetto testatore e da ultimo con Andrea chiamato Migliotto.Tutori o defensori dei detti Boccaccio ed Antonio,
benché di diritto non occorra, lasciò fece e volle che fossero Jacopo di Lapo da Gavaciano, Pietro di Dato da Gavaciano,
Pietro di Dato dà Canigiani, Barducio di Cherichino, Francesco di Lapo di Bonamico, Leonardo di Chiaro
di Messer Botto, Jacopo di Boccaccio e Angelo di Turino Bencivenni, cittadini Fiorentini ed i più di loro che
sopravvissero.Esecutori poi del detto testamento lasciò, fece e volle che fossero fra Martino da Signa predetto,
Barduccio di Cherichino, Francesco di Lapo di Bonamico, Angiolo di Turino Bencivenni, Jacopo di Boccaccio,
cittadini Fiorentini, ed i più di essi che sopravvissero, dando e concedendo il detto testatore ai detti suoi
esecutori e ai più di loro, non ostante quanto è detto sopra, piena balìa e libera potestà per eseguire ed adempiere
le predette cose, di vendere e alienare dei beni di detto testatore e riceverne il prezzo e farne quietanza,
e di promettere la evizione dei beni da vendersi, di dare e consegnare tenuta e corporal possesso e di dare e vendere
diritti ed azioni e di chiedere e ricevere qualunque quantità di denaro, e di fare delle cose ricevute fine e
remissione, e di rogare, se facesse d'uopo, avanti a chiunque, di trattare e di difendere e di far tutto quello che sotto
nome di azione e di causa e di parte principale ordinassero, e di fare ogni altro, che nelle predette cose fosse opportuno.
E questa dichiarò che voleva che fosse l'ultima sua volontà d'avere valore in forza di testamento, che se in forza di
testamento non reggesse o non reggerà, valda e varrà, e tutte esse cose ordinò e volle che valgano per forza di codicilli
e di qualunque altro atto di ultima volontà, per il quale e per i quali può e possa maggiormente valere e tenere,
cassando, abrogando, annullando ogni altro testamento ed ultima volontà fin qui da lui fatto, nonostante alcune espressioni
di deroga, che vi sono scritte, le quali deroghe tutte dichiara il medesimo testatore sconfessare e volle
che questo presente testamento ed ultima volontà sua vada innanzi a tutti gli altri testamenti fin qui da lui fatti,
da valere e tenere più e meglio che si può e si possa. Io Tinello figlio del fu Ser Bonasera
da Papignano, cittadino Fiorentino, per autorità imperiale giudice ordinario e notaro pubblico, fui presente
alle predette cose tutte mentre si facciano, e queste, richiesto, scrissi e pubblicai, in fede delle quali mi
sottoscrissi.
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